CAMERA DEI DEPUTATI Commissione riunite VIII - Ambiente, Territorio e Lavori pubblici e X - Attività produttive,  Audizione informale su d.d.l. C. 2669 - Governo, recante delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile

 

Maria Agostina Cabiddu - Professore di Istituzioni di Diritto Pubblico Politecnico di Milano

1.      Rischi e costi della produzione di energia nucleare da fissione

…Risulta pendente una procedura di infrazione aperta dalla Commissione europea (p.i. n. 2020/2266) in materia di decommissioning: alcuni aspetti del Programma nazionale per la gestione del combustibile esaurito e dei rifiuti radioattivi non sarebbero pienamente conformi agli obblighi di cui alla direttiva 2011/70/Euratom del Consiglio.

Certamente, il solo fatto che sul decomissioning di impianti spenti da decenni - ovvero sullo stoccaggio dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito nonché di impianti di smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, qualora non ri-processabile, riciclabile o riutilizzabile, e dei relativi sistemi di sicurezza e radioprotezione - non si riesca a mettere un punto basta…a comprovare i costi (normativi, economici e ambientali) e…la pericolosità del nucleare da fissione, sì da ritenere nient’affatto superati le condizioni poste dal giudice costituzionale sugli effetti preclusivi del referendum abrogativo…

Nelle audizioni sono state portate le ragioni più antiche e quelle più attuali di rappresentanze dei territori interessati alla complessa e delicata questione della localizzazione dei depositi delle scorie radioattive che avrebbe dovuto realizzare la Sogin ma di cui in realtà nemmeno è definita la localizzazione.

Quanto ai costi, lo stesso Dossier riporta che con la legge di bilancio 2023 (articolo 1, commi da 20 a 23, L. n. 197/2022) è stata disposta la fiscalizzazione degli oneri generali di sistema afferenti allo smantellamento delle centrali nucleari, alla chiusura del ciclo combustibile e alle connesse misure di compensazione territoriale…Tutto questo solo per il decomissioning ed è ovvio che ai costi della disattivazione e dello smantellamento delle installazioni nucleari esistenti nel territorio nazionale alla data di entrata in vigore della legge di delega si sommano i costi della localizzazione, della costruzione o installazione e dell’esercizio di nuovi impianti di produzione di energia da fonte nucleare sostenibile, degli impianti di fabbricazione e di riprocessamento del combustibile nucleare nel territorio nazionale e dei relativi sistemi di sicurezza e radioprotezione, degli impianti di stoccaggio temporaneo dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito nonché di impianti di smaltimento definitivo e relative garanzie finanziarie a carico dei proponenti...

 

2.      Il divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare

In questa materia si sono tenuti già diversi referendum abrogativi e, in particolare, ben tre quesiti furono sottoposti al voto popolare nella “tornata” referendaria del 1987, subito dopo il disastro di Chernobyl: il quesito n. 3 riguardava l’abrogazione della facoltà del CIPE di deliberare sulla localizzazione delle centrali qualora gli enti locali interessati non avessero raggiunto un accordo a riguardo. Il sì vinse con l’80,57%; il quesito n. 4 chiedeva l’abrogazione dei contributi agli enti locali che ospitassero sul proprio territorio centrali nucleari o a carbone. Il sì vinse con il 79,71%; il quesito n. 5 riguardava l’esclusione dell’Enel, all’epoca ancora ente pubblico, dalla partecipazione alla costruzione di centrali nucleari all’estero. Anche in questo caso il sì vinse, con il 71,86%. Votarono complessivamente circa 29,9 milioni di italiani. Il quorum fu raggiunto con un’affluenza alle urne del 65,1% sui circa 45,8 milioni di aventi diritto al voto: dati indicativi di una chiara e diffusa contrarietà alla (costruzione di impianti per la) produzione di energia nucleare.

Questa volontà degli italiani emerse con tutta evidenza nel 2011, (dopo l’incidente, classificato al livello 7 della scala INES, il grado massimo di gravità previsto, che aveva colpito la centrale nucleare di Fukushima), quando ai cittadini fu sottoposto il quesito per l’abrogazione delle nuove norme che consentivano la produzione nel territorio di energia elettrica nucleare. L’affluenza raggiunse il 57,01 e l’esito del voto vide il ‘Sì’, con 25.643.652 voti a favore, attestarsi al 94,05 %, segnando un caposaldo dal quale non si può prescindere se non a prezzo di violare il significato del referendum abrogativo nel sistema e, con esso, il principio supremo della sovranità popolare.

Il mio intervento, si incentra sugli effetti di sistema di quei pronunciamenti, a partire, naturalmente, da quanto affermato dal giudice delle leggi. Testata d’angolo è, al riguardo, la sentenza n. 199/2012, con la quale la Corte ha, per la prima volta, dichiarato l’illegittimità costituzionale di una norma di legge per violazione del divieto di ripristino della normativa abrogata mediante il referendum previsto dall’art. 75 Cost., ovvero dell'intento perseguito mediante lo strumento di democrazia diretta. Non era nuova, invece la giurisprudenza costituzionale secondo cui l’effetto di vincolo al legislatore si traduce in un divieto di riproporre una nuova disciplina della materia, «senza modificare né i principi ispiratori della complessiva disciplina normativa preesistente né i contenuti normativi essenziali dei singoli precetti» (sentenza n. 68 del 1978), con l’ulteriore chiarimento che «la normativa successivamente emanata dal legislatore è soggetta al sindacato di legittimità costituzionale, e quindi permane comunque la possibilità di un controllo di questa Corte in ordine all’osservanza – da parte del legislatore stesso – dei limiti relativi al dedotto divieto di formale o sostanziale ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare» (sentenza n. 9 del 1997)…

Degna di nota la puntualizzazione per cui «un simile vincolo derivante dall'abrogazione referendaria si giustifica, alla luce di una interpretazione unitaria della trama costituzionale ed in una prospettiva di integrazione degli strumenti di democrazia diretta nel sistema di democrazia rappresentativa delineato dal dettato costituzionale, al solo fine di impedire che l'esito della consultazione popolare, che costituisce esercizio di quanto previsto dall'art. 75 Cost., venga posto nel nulla e che ne venga vanificato l'effetto utile, senza che si sia determinato, successivamente all'abrogazione, alcun mutamento né del quadro politico, né delle circostanze di fatto, tale da giustificare un simile effetto ». (così, Corte cost. sentenza n. 199/2012 ma anche n. 468 del 1990 e n. 9/1997).

Tale vincolo è delimitato in ragione del suo carattere puramente negativo, posto che il legislatore ordinario, «pur dopo l’accoglimento della proposta referendaria, conserva il potere di intervenire nella materia oggetto di referendum senza limiti particolari che non siano quelli connessi al divieto di far rivivere la normativa abrogata» (v. le sentenze gemelle nn. 32 e 33 del 1993), potere di controllo da parte della medesima Corte che si svolge «in ordine all’osservanza — da parte del legislatore [...] — dei limiti relativi al dedotto divieto di formale o sostanziale ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare»…

 

3.                      La reintroduzione della normativa abrogata dal referendum del 2011

Come accennato in premessa, il legislatore coglie ora l’occasione della transizione energetica e della crisi geopolitica per tornare a inserire, nel mix energetico nazionale, quale fonte alternativa e pulita per la produzione di energia, il nucleare c.d. “sostenibile” (NS). L’attributo non è innocente e anzi, costituisce il primo tassello di una strategia bifronte, volta, da un lato, come si legge nella Relazione al ddl C/2669, alla “previsione di campagne di informazione generale ai cittadini sull’energia nucleare, con particolare riferimento alla sua sicurezza e sostenibilità” (art. 3, lett. m) e, dall’altro, al superamento del vincolo preclusivo a carico del legislatore successivamente all’abrogazione referendaria, lavorando, anche lessicalmente, sulle condizioni poste dal giudice delle leggi circa il mutamento del quadro politico e delle circostanze di fatto, che sarebbero in ipotesi tali da non vanificare l’effetto utile dell’esito referendario.

 Attenzione perché già sul mutamento del quadro “politico” occorre intendersi. Tale condizione non sembra soddisfatta solo perché cambia la legislatura o la compagine di governo dovendosi guardare anche all’orientamento dei rappresentati circa quel determinato problema e rispetto al quale, sondaggi e sentiment analysis potrebbero rivelare, come, al di là di ogni strategia comunicativa di greenwashing, l’atteggiamento non sia affatto mutato rispetto a quello manifestato in sede referendaria.

Quanto alle “circostanze di fatto”, il cui mutamento è richiesto – si badi – insieme a quello del quadro politico, secondo i proponenti le nuove tecnologie, oggi a disposizione e, in particolare, i c.d. Small Modular Reactor (SMR) di III generazione avanzata e gli Advanced Modular Reactor (AMR) di IV generazione, nonché i microreattori (potenze < 30 MWe per singolo modulo), rappresenterebbero un cambio di paradigma rispetto ai grandi reattori tradizionali: più piccoli, più sicuri, più flessibili e potenzialmente più sostenibili sul piano ambientale ed economico.

Non casualmente entrambe le relazioni di accompagnamento al testo si diffondono nel tentativo di dimostrare l’indimostrabile, ovvero che l’evoluzione tecnologica nel campo della ricerca nucleare, che ha condotto alla realizzazione di un «nucleare di terza generazione avanzata» e, si confida, entro breve tempo, di «quarta generazione», ha assicurato un salto di qualità sotto gli aspetti della sicurezza e dell’efficienza”.

In realtà, tanto i piccoli reattori (SMR) quanto i reattori c.d. advanced (AMR), ancora in fase di sperimentazione, produrrebbero energia – questo è ciò che interessa – con la fissione nucleare e se è così siamo ancora a ciò che gli italiani, con il loro voto, hanno già inequivocabilmente rigettato. Inoltre, questi impianti produrrebbero scorie radioattive, seppure in misura proporzionale alla minore dimensione. Senza contare che una miriade di piccoli impianti renderebbe ancora più complicato il problema del rapporto con il territorio. Non basta certo affermare che questi impianti sarebbero di interesse nazionale. Quanti potrebbero essere: 20, 50, 100? Sul punto, le proposte – pour cause – non dicono, ma è del tutto evidente che un numero (verosimilmente alto) di siti finirebbe per impattare pesantemente sull’ambiente, la gestione dei rischi, il governo del territorio e, più in generale, sulla vita della comunità che in quei territori è insediata. Diverso sarebbe il caso del nucleare da fusione che purtroppo è ancora in fase di sperimentazione, puro wishful thinking che non vale a sostituire la realtà.

Altri auditi – a cominciare dal Nobel prof. Giorgio Parisi – potranno meglio illustrare le differenze fra le due tecnologie e così provare come le sbandierate “novità” altro non siano che il “ridimensionamento” di una tecnologia che rimane tuttavia, fondamentalmente, la stessa e, come tale, non in grado di incidere sulle “circostanze di fatto”, il cui mutamento è posto dal giudice delle leggi come condizione per il superamento del vincolo al legislatore posto dall’esito del referendum abrogativo. La normativa in esame prevede la costruzione di impianti e la produzione di energia nucleare «senza modificare né i principi ispiratori della complessiva disciplina normativa preesistente né i contenuti normativi essenziali dei singoli precetti», in palese contrasto con l’intento perseguito mediante il referendum abrogativo.

A tal proposito, giova peraltro ribadire quanto ulteriormente affermato dal giudice delle leggi, ovvero che “a differenza del legislatore che può correggere o addirittura disvolere quanto ha in precedenza statuito, il referendum manifesta una volontà definitiva e irripetibile” (Corte cost. n. 468/1990).

 

4.                      L’effetto di vincolo

L’esigenza di non sminuire il significato delle scelte adottate dal Costituente in materia referendaria, segnalata chiaramente da diversi studiosi. Pur in un’accezione meramente abrogativa, il referendum è infatti comunque idoneo a rompere “il tradizionale monopolio delle Camere sulla legge” e dunque a incidere immediatamente sull’ordinamento legislativo, che concorre a modificare, fermo restando che entrambi i procedimenti (quello legislativo e quello referendario) altro non sono se non l’espressione di una medesima legittimazione, che è poi quella garantita dall’art. 48 Cost., ovvero dal concreto esercizio del diritto di voto, sia in sede elettorale che in sede referendaria. Questo è l’approdo cui giunge la sentenza n. 199/2012, con cui la Corte, superando la classica impostazione in termini di forza giuridica delle fonti coinvolte, è stata capace di andare alla sostanza dei problemi, riconoscendo appunto la necessità di integrare nell'ordito costituzionale, gli strumenti di democrazia diretta e di democrazia rappresentativa, entro l'unitaria forma democratica disegnata dalla Costituzione.

Con quella sentenza, la Corte ha stabilito che l’intervenuta abrogazione di una disposizione sottrae al legislatore la scelta politica di far rivivere la normativa ivi contenuta, dato che il titolare ultimo del potere si è espresso in modo definitivo e puntuale su quanto voluto dal rappresentante, a meno che la determinazione popolare, manifestatasi nel referendum, non venga superata dall’emergere di elementi fattuali che siano indice del mutamento rispetto alla 'situazione'  in cui il corpo referendario ha espresso il suo puntuale dissenso rispetto alla legge…

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Giorgio Parisi  - Premio Nobel per la fisica 2011

 Bisogna analizzare la convenienza dell’uso dell’energia nucleare nel contesto generale della produzione energetica. Dico subito che non si tratta di un esercizio accademico: la questione è concreta, urgente e riguarda le scelte che il nostro Paese dovrà compiere nei prossimi anni. Il governo ha presentato un disegno di legge delega per riportare il nucleare in Italia, puntando sui cosiddetti Small Modular Reactors,  i piccoli reattori modulari, noti come SMR,  e su tecnologie di quarta generazione. Vale dunque la pena ragionare con calma, guardando ai numeri e alla fisica delle cose, prima di farsi trascinare dall’entusiasmo o dalla paura.

Il punto di partenza è semplice e incontrovertibile: non c'è dubbio che il solare sia oggi la soluzione di gran lunga più conveniente per produrre energia elettrica. Non lo dico per partito preso, lo dicono i dati. Il costo livellato dell’energia (il cosiddetto LCOE, che tiene conto dell’intero ciclo di vita di un impianto) per il fotovoltaico su scala industriale si aggira oggi tra 35 e 50 dollari per megawattora, a seconda della regione. Per il nucleare di nuova costruzione in Europa, le stime più recenti indicano 150–180 dollari per megawattora. Secondo il rapporto Lazard del 2025, probabilmente l’analisi più autorevole in materia, il nucleare si colloca tra 141 e 220 dollari per megawattora, il che ne fa la fonte più costosa tra tutte quelle su scala industriale.. Parliamo di un fattore tre o quattro di differenza rispetto al solare: non è una sfumatura, è un abisso economico.

Quanto ai costi di impianto degli SMR, le stime variano enormemente a seconda delle fonti: gli studi accademici più ottimistici indicano 4.000–6.000 dollari per kilowatt, l’Agenzia Internazionale dell’Energia stima circa 10.000 dollari per kilowatt per i primi impianti in Europa. In nessuno di questi scenari i conti tornano.

La capacità produttiva del solare è in crescita costante e impressionante. Nell’Unione Europea, nel 2025, solare ed eolico insieme hanno superato il nucleare, generando il 30 per cento dell’elettricità contro il 23 per cento dell’atomo, ma il dato più significativo e storico è un altro,  eolico e solare hanno superato per la prima volta tutti i combustibili fossili (30% vs 29%) in Europa nella generazione dell’elettricità.

A livello mondiale, ogni anno si installano centinaia di gigawatt di nuova capacità fotovoltaica, e le previsioni indicano che entro il 2030 la potenza solare installata dovrebbe almeno raddoppiare rispetto ai livelli attuali. Non solo: i costi continuano a scendere. Secondo BloombergNEF, il costo del solare potrebbe diminuire ulteriormente del 30 per cento entro il 2035. Si tratta di una tecnologia che percorre una curva di apprendimento virtuosa,  più se ne installa, meno costa. Dal 2009 a oggi, il costo del fotovoltaico è diminuito di cinque volte. Il nucleare, al contrario, segue una curva di apprendimento invertita: il costo del kilowattora nucleare è aumentato del 49 per cento nello stesso periodo, in particolare dopo l’incidente di Fukushima del 2011 e i conseguenti requisiti di sicurezza aggiuntivi. Quando una tecnologia costa di più man mano che la si realizza, anziché di meno, è un segnale che non può essere ignorato.

Il problema dell’intermittenza e il mercato dell’energia

 Naturalmente, il solare ha un limite ben noto: produce energia di giorno. Di notte il sole non c’è, e questo è un fatto che nessun ottimismo può cancellare. Per questo motivo, quando si discute di energia, occorre sempre ragionare in termini di sistema e non di singola fonte.

Qui interviene un aspetto del mercato elettrico che molti non conoscono, ma che è cruciale per capire l’economia dell’energia: il prezzo dell’energia elettrica non è fisso, ma varia nel corso della giornata. In Italia, come nel resto d’Europa, il prezzo viene aggiornato ogni quindici minuti. Questo significa che il valore di un kilowattora prodotto a mezzogiorno è diverso da quello prodotto alle tre di notte. Ed è qui che le cose si fanno interessanti.

Man mano che la quota di solare nel sistema elettrico aumenta, i prezzi dell’energia nelle ore diurne calano, perché c’è grande abbondanza di offerta. Già adesso si registrano con frequenza crescente situazioni in cui il prezzo dell’energia diventa negativo: i produttori, cioè, devono pagare qualcuno perché assorba la loro elettricità in eccesso. Questa situazione, apparentemente paradossale, diventerà sempre più frequente con l’aumento della produzione fotovoltaica.

.Ora, pensiamo a cosa significa tutto questo per una centrale nucleare. Le centrali nucleari sono tecnicamente capaci di modulare parzialmente la propria potenza, tuttavia una centrale completamente spenta richiede circa un giorno per ripartire a freddo. Il problema reale, tuttavia, non è tecnico: è economico. Un reattore nucleare ha costi fissi elevatissimi, mentre i costi variabili del combustibile sono molto bassi. Questo significa che ogni ora in cui la centrale opera a potenza ridotta, o resta ferma per lasciare spazio al solare, è un’ora in cui quei costi fissi pesano senza essere compensati da ricavi adeguati. In un mercato sempre più dominato dal solare, con prezzi diurni in caduta libera o addirittura negativi, il nucleare si troverebbe sistematicamente a dover scegliere tra produrre energia quando nessuno la vuole, pagandone il prezzo, oppure ridurre la potenza, peggiorando un’economia già sfavorevole. In entrambi i casi, i conti non tornano.

La risposta razionale a questo problema è investire in sistemi di accumulo,  le batterie,  e nel potenziamento della rete elettrica, in modo da immagazzinare l’energia solare prodotta di giorno e redistribuirla nelle ore serali e notturne. L’Italia ha la fortuna di poter fare questo da tantissimo tempo, utilizzando gli invasi idroelettrici: servono investimenti per aumentarne la capacità e le efficienze di accumulo. Il costo delle batterie industriali è già sceso a circa 70 dollari per kilowattora ed è destinato a calare ulteriormente: è calato del 29% nell’ultimo anno. Questa è la strada, e investire nelle infrastrutture di rete e di accumulo è molto più sensato che costruire centrali nucleari destinate a operare in un contesto di mercato che le penalizza e che le penalizzerà sempre di più in futuro.

 

Gli SMR: piccoli, ma non così diversi

 Veniamo ora ai famosi SMR, i piccoli reattori modulari di cui si parla tanto. Bisogna essere chiari: le mini-centrali nucleari da 100–300 megawatt di cui si discute oggi non sono significativamente diverse dalle centrali nucleari tradizionali dal punto di vista della fisica del reattore. Sono sempre centrali di terza generazione, basate sulla stessa reazione di fissione dell’uranio con neutroni lenti (i cosiddetti neutroni termici). Cambia la scala, cambia in parte l’ingegneria, ma il principio è lo stesso.

Questo significa, tra le altre cose, che gli SMR producono lo stesso tipo di scorie radioattive dei reattori convenzionali. La reazione è sempre la stessa,  uranio e neutroni lenti,  e i prodotti di fissione che ne derivano sono gli stessi isotopi a lunga vita che rendono le scorie nucleari un problema per migliaia di anni. È anche possiblie gli SMR producano più rifiuti radioattivi per unità di energia rispetto ai reattori convenzionali, a causa di un rapporto combustibile-strutture da irradiare meno favorevole.

E qui si apre la questione forse più imbarazzante per chi propone il ritorno al nucleare in Italia: dove mettiamo le scorie? Il nostro Paese non è riuscito, in decenni di tentativi, a costruire un deposito nazionale per le scorie già esistenti, quelle prodotte dalle vecchie centrali chiuse dopo il referendum del 1987 e dai rifiuti radioattivi di origine medica e industriale. Sono oltre 32.000 metri cubi di rifiuti radioattivi disseminati in depositi temporanei sparsi per il territorio, mentre quelli ad altra attività sono stoccati all’estero, in Francia e in Gran Bretagna, a nostre spese. Il governo attuale punta a individuare un sito entro il 2029 e a rendere operativo il deposito non prima del 2039. Aggiungere a questo quadro la produzione di nuove scorie ad alta attività mi sembra, prematuro.

Localizzare le nuove centrali è certamente  molto più faticoso e delicato rispetto a localizzare un deposito passivo di scorie radioattive. Il CNAI ha identificato 51 aree adatte alla costruzione del deposito, sparse tra Piemonte, Toscana, Lazio, Basilicata, Puglia, Sardegna e Sicilia. Mi pare che i criteri di esclusione (sismicità, rischio idrogeologico, vulcanismo, vicinanza a centri abitati, aree protette, presenza di falde acquifere, altitudine, pendenze) adottati per il deposito siano come minimo da usare per le future centrali. Gli spazi disponibili per le centrali sono scarsi

Le centrali di quarta generazione: promettenti, ma lontane

Diverso è il discorso per le centrali di quarta generazione, che rappresentano un approccio genuinamente nuovo alla fissione nucleare. Mi riferisco in particolare a due filoni tecnologici.

Il primo è quello dei reattori a neutroni veloci. A differenza dei reattori attuali, che usano neutroni rallentati (termici) per sostenere la reazione a catena, questi reattori impiegano neutroni ad alta energia. Il vantaggio principale è che possono “bruciare” una parte dei rifiuti ad alta attività, riducendo il volume e il tempo di vita delle scorie più pericolose. Sulla carta, è un’idea affascinante. Ma sulla carta la fisica è sempre affascinante; il problema è la realizzazione pratica.

La tecnologia a neutroni veloci è molto delicata, perché richiede l’uso di refrigeranti speciali,  tipicamente sodio liquido o piombo fuso,  e materiali capaci di resistere a condizioni di corrosione e irraggiamento estremamente severe. Questa tecnologia è già stata tentata su scala industriale, e l’esito non è stato incoraggiante. Il caso più noto è quello di Superphénix, il grande reattore autofertilizzante franco-italo-tedesco costruito a Creys-Malville, in Francia. Superphénix avrebbe dovuto essere il fiore all’occhiello della tecnologia nucleare europea. In pratica, è stato un fallimento clamoroso.

La costruzione, iniziata nel 1976, fu completata nel 1985. In undici anni di vita operativa, il reattore funzionò effettivamente per soli 53 mesi, ne passò 25 in riparazione e 54 fermo per ragioni amministrative. La Corte dei Conti francese ha stimato il costo complessivo dell’avventura in circa 12 miliardi di euro (del 2010), comprensivi di costruzione, esercizio e arresto, più quasi un miliardo per lo smantellamento. L’Enel, che partecipava al progetto con un terzo della quota, perse una cifra stimata in non meno di 4.300 miliardi di vecchie lire,  qualcosa come 4–5 miliardi di euro attuali. E quei soldi li hanno pagati per decenni i cittadini italiani come sovrapprezzo sull’elettricità.

Il secondo filone tecnologico, forse più promettente, è quello dei reattori a Torio. Il Torio è un elemento più abbondante dell’uranio in natura e ha il vantaggio che il suo ciclo del combustibile produce pochissime scorie a lunga vita. I reattori a Torio, in combinazione con i sali fusi come refrigerante, rappresentano una prospettiva estremamente interessante dal punto di vista scientifico. Ma qui siamo ancora più lontani dalla maturità commerciale: esiste un mini-prototipo cinese da 2 megawatt, e un prototipo da 300 megawatt è in costruzione. Siamo all’alba della sperimentazione, non alla vigilia dell’industrializzazione.

Insomma, le centrali di quarta generazione sono interessanti, e vale la pena investire nella ricerca. Ma presentarle come una soluzione disponibile per i prossimi dieci o quindici anni è semplicemente fuorviante. I reattori a neutroni veloci di nuova concezione,  come il BREST-300 russo al piombo o il progetto ASTRID francese al sodio (peraltro già accantonato),  sono ancora in fase di prototipo o di studio. I reattori al Torio sono ancora più indietro. Dire che saranno “sul mercato” entro il 2040 è ottimistico; dire che potranno contribuire al mix energetico italiano è, allo stato attuale, un atto di fede.

I costi reali: la lezione dei progetti concreti

 C’è un aspetto della storia del nucleare che non dovremmo mai dimenticare, perché si ripete con una regolarità quasi comica, se non fosse tragica: i costi previsti non corrispondono mai a quelli effettivi. Il progetto NuScale negli Stati Uniti, che era il più avanzato tra gli SMR occidentali, ha visto il costo stimato passare da 3.6 a 9,3 miliardi di dollari, con una quasi triplicazione dei costi, prima di essere definitivamente abbandonato nel 2023 perché nessuno voleva più comprare l’energia che avrebbe prodotto.

In Cina, il reattore Shidao Bay 1, un SMR ad alta temperatura, è costato il 200 per cento in più del previsto ed è entrato in funzione con sedici anni di ritardo. I reattori galleggianti russi hanno superato le stime iniziali del 300 per cento. In Europa, il reattore EPR di Flamanville, che non è un SMR ma un grande reattore di terza generazione, doveva costare 3,3 miliardi di euro e ne è costati quasi 20, con quindici anni di lavori invece dei sei previsti.

Questi non sono incidenti di percorso: sono una caratteristica strutturale dell’industria nucleare. I reattori sono sistemi estremamente complessi, in cui i requisiti di sicurezza impongono standard costruttivi e autorizzativi che inevitabilmente fanno lievitare I costi e i tempi. Gli SMR, in teoria, dovrebbero superare questo problema grazie alla produzione in serie in fabbrica. Ma è una teoria che finora non ha trovato riscontro in nessun progetto reale. Abbiamo visto che l’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che i costi overnight degli SMR nell’Unione Europea siano attualmente intorno ai 10.000 dollari per kilowatt, contro i 6.600 dei reattori convenzionali,  che già di per sé producono energia a costi tre o quattro volte superiori al fotovoltaico. E la parità di costo tra SMR e nucleare tradizionale, secondo lo scenario più ottimistico, non si raggiungerebbe prima della metà del secolo. Per dare un’idea concreta: uno studio sul caso italiano ha individuato come soglia di competitività per il nucleare un costo di impianto di 2.200 euro per kilowatt. Gli SMR ne costano almeno cinque volte tanto.

Il momento sbagliato per la scelta sbagliata

 Ritengo che questo sia il momento sbagliato per avviare un programma nucleare in Italia. Non perché il nucleare sia intrinsecamente malvagio o perché non possa avere un ruolo in futuro, ma perché oggi le priorità sono altre, i costi non tornano e le alternative sono mature e disponibili.

Ogni euro investito nel nucleare è un euro sottratto alla costruzione delle infrastrutture che ci servono adesso: impianti fotovoltaici, parchi eolici, sistemi di accumulo su batteria, potenziamento e digitalizzazione della rete elettrica. Queste sono tecnologie che esistono, che funzionano, che costano meno ogni anno e che possono essere realizzate in tempi brevi. Un grande impianto fotovoltaico si costruisce in uno o due anni; una centrale nucleare, nella migliore delle ipotesi, richiede un decennio tra progettazione, autorizzazioni e costruzione,  e la storia insegna che i tempi reali sono quasi sempre molto più lunghi.

C’è poi una considerazione che riguarda specificamente l’Italia. Il nostro Paese gode di un irraggiamento solare tra i più elevati d’Europa. Abbiamo un vantaggio naturale che altri Paesi ci invidiano, e sarebbe irragionevole non sfruttarlo fino in fondo. Investire massicciamente nel solare, nell’eolico, nelle reti intelligenti e negli accumuli non è solo la scelta economicamente più sensata: è anche quella più rapida, più sicura e più compatibile con la struttura del nostro territorio e della nostra società.

Il nucleare di quarta generazione merita attenzione e finanziamenti per la ricerca di base. Se un giorno i reattori al Torio o a neutroni veloci diventeranno davvero sicuri, economici e capaci di risolvere il problema delle scorie, sarà giusto riconsiderare la questione. Ma quel giorno non è oggi, e prendere decisioni irreversibili,  e costosissime,  sulla base di tecnologie che esistono solo sulla carta, o al più come prototipi sperimentali, non è lungimiranza: è azzardo, tenendo conto che un reattore potrebbe durare una cinquantina d’anni.

Adesso è il momento di costruire le infrastrutture necessarie per sfruttare al massimo il solare. Dobbiamo semplificare le procedure, costruire agenzie (comunali, regionali, statali, non importa) in grado di fornire ai cittadini impianti fotovoltaici funzionanti chiavi in mano, scegliendo le ditte che dovranno realizzare gli impianti tramite appalti centralizzati. Bisogna contemporaneamente adeguare la rete, gli accumulatori di energia, le interconnessioni. È qui che dovremmo concentrare le nostre energie,  questa è la vera sfida per il futuro.